Siamo gentili

Ho un carinissimo orologio comprato su ebay, con le pietruzze viola e chiaramente di proprietà di una signora, probabilmente anziana.

Be nice and like people.
Be nice and like people.

Come da lei avvertita, non c’è la batteria, ma ho voluto indossarlo lo stesso, perché mi manca avere un orologio addosso.

La signora un paio di giorni fa mi aveva scritto da ebay mandandomi con paypal un rimborso per un errore di eccessiva tariffa postale di ben 12 sterline. Mentre mi domandavo come mai avessi pagato tanto di più per tariffa postale, è arrivata un’altra mail dove la signora mi diceva mi scusi tanto sono un’idiota le ho rimborsato l’intero prezzo anche dell’orologio, mi può mica ripagare l’orologio, che le ho spedito stamattina? Ovviamente l’ho fatto subito e le ho detto che non c’era problema.

L’orologio, come da promessa, arriva perfettamente imballato, con sulla busta l’indirizzo mio e la dicitura “In caso di mancato recapito si prega rispedire al mittente”, (segue indirizzo del mittente). Pensavo ormai di essere solo io a usare quella dicitura.

Aprendo il pacco, c’è una letterina, scritta a mano, con scrittura precisa e gentile: mi dice grazie dell’acquisto, se mi manda un feedback positivo su ebay mi fa un piacere, spero le piaccia l’orologio eccetera: la stessa cosa che dicono i migliori venditori su ebay, ma scritto a mano, gentile, tondeggiante, lentamente.

Metto l’orologio oggi perché mi mancano, le signore così. Siamo molto più freddi, sbrigativi, tecnicizzati, di questi tempi. Va tutto troppo, troppo in fretta per me. E’ tutto troppo digitale. Io vorrei essere altrove, a vivere tutt’altra vita, ma i miei figli e mio marito scelgono questa e ok, che sia.

Ma quando qualcuno è gentile in modo antico, in modo vero, tranquillo, senza fretta, senza appuntamenti da tenere, senza orari da rispettare, senza “adesso non posso”, io mi commuovo sempre più facilmente.

Sono anziana dentro, e non vedo l’ora di andare in pensione (pagato da chi? mah) a lamentarmi di com’erano le cose una volta.

 

La mia bambina di 5 anni da Lunedì andrà a scuola alle 8, se non prima, e ne uscirà alle 5:00, 5:20. Starà nel “luogo di lavoro” più di me, più di suo padre, più dei suoi fratelli. Ce l’ho messa davvero tutta per riuscire a rimanere a casa e fare comunque abbastanza soldi da poterci permettere di vivere a Cambridge, per il lavoro di mio marito, per la scuola dei ragazzi, perché abbiano finalmente un posto fisso.

Non riesco ancora a capacitarmene, anche se so che tutti in questa società, tutti i genitori che lavorano, devono fare la stessa cosa coi propri figli.

Guardo al positivo: potremo sperare di comprarci una casa, prima o poi, con un lavoro a tempo pieno. Potremo piano piano risalire dai debiti. Potremo ogni tanto mangiare fuori, o comprarci il vino per i pasti, o persino farci una vacanza!

Ma in realtà l’unica cosa che mi consola davvero è che almeno ho finito il libro. Devo editare, leggere, correggere i verbi, perché è stato scritto in fretta ovviamente.

Continuo a pensare che non sia giusto. Continuo a pensare che lo stato dovrebbe pagarmi per stare con la mia bambina, che è già stanca adesso quando esce da scuola e non oso pensare come sarà stanca la settimana prossima. Ma questa società non ragione come me, non ama prevenire, preferisce le toppe.

 

Vabbeh. Ora inizio a pensare positivo, a convincermi che è tutto una figata, a pensare solo alle cose belle, e che tutto andrà bene. Ma almeno, avrò questo piccolo cenno di umanità nel mio orologio con le pietruzze viola che non funziona.

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