Su ciò che conta/What matters

 

Scrivo questo che è in realtà l’inizio di un tema, forse di un trattato.

Verrà corretto, verranno fatte aggiunte, e diventerà (penso) lungo lungo.

Scrivo perché devo tirare fuori queste idee, devo purgarmene.
Verrà tradotto in inglese e le accentate saranno corrette nella versione finale. Ma questa è la lingua in cui penso queste cose, quindi questa è la lingua con cui inizio questo trattato, prima della traduzione.

Intanto complimenti, lingua italiana, tu che amavo tanto sei diventata la lingua con cui faccio i pensieri dolorosi e spiacevoli.

Un amico qualche giorno fa mi disse “Come va? So che avete passato un fine settimana di ingratitudine e presunzione, e non deve essere stato piacevole“.

Sono due le incorrettezze di questa affermazione: la prima, è che io ho passato una vita di questo, comunque da quando sono arrivata in Italia, e no, in effetti non e’ stato piacevole.

La seconda e’ che quella definizione, “ingratitudine e presunzione”, è quella data da altri, come te, amico, che definisci determinati comportamenti (ovviamente vedendo le cose dal mio punto di vista).

Io non le definisco tali perché una vita in Italia mi ha insegnato che non tutti le definiscono cosi, non tutti la vivono così.

Talvolta è più semplice. E’ più maleducato iniziare a mangiare, in un pranzo di famiglia con ragazzini, senza che ci siano tutti? O è più maleducato farlo notare? Mio padre ed io concordiamo sulla seconda, ma so che molti invece concorderebbero con la prima.Chi ha ragione?

Questa e’ l’essenza.
Quello che io percepisco come crudele falsità, come ingratitudine, come totale incomprensione di ciò che davvero conta nella vita, per gli altri può essere invece una mancanza da parte mia.

Quindi, come possiamo dare una definizione assoluta ai principi morali, a ciò che costituisce ingratitudine o scorrettezza? Chi dice che il mio punto di vista sia più valido del suo? Pirandellianamente, dunque, io mi astengo dal giudicare, e rimango sommessa nella mia perplessità.

I will write this which is actually the beginning of an essay, perhaps a dissertation.

Additions and corrections will be made, and it will (I think) become pretty long.

I write because I have to take out these ideas, purge myself of them.
It will (it has been) translate into English and the Italian accents will be correct in the final version. But Italian is the language I think these things in, so Italian is the language I will be starting this essay with, before the translation.

First of all well done, Italian: a language I used to love so much have become the language with which I think unpleasant and painful thoughts.

A friend a few days ago said to me “Sounds like you’ve both had a hell of a weekend dealing with presumptuousness and ingratitude”.

There are two incorrect elements in this statement: the first is that I spent a life of this, in any case since I arrived in Italy and no, indeed, it’s not pleasant.

The second is that that definition, “presumptuousness and ingratitude”, is one given by others, like you, friend, who define certain behaviours (clearly seeing things from my point of view).

I do not define them so because a partial life in Italy has taught me that not everyone would define it so, not everybody experiences it so.

Sometimes it’s easier. Is is ruder to start eating without everyone being at the table, if you’re at a family lunch with kids? Or is it ruder to point it out?
My dad and I think the latter: if people are happy and eager to eat and you’re the host, you’re happy, not offended.
Others would think it’s so rude to start eating it’s worth spoiling the whole mood to point it out.

Who is right?

This is the essence.
What I perceive as cruel falsehood, as ingratitude, as complete lack of understanding of what really matters in life, for others can on the other hand be a lack on my part..

So, how can we give an absolute definition of moral principles, to what constitutes ingratitude or lack of correctness? Who says my point of view is more valid than hers? In a Pirandellian impasse, therefore, I refrain from judging, and I remain subdued in my baffledness

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3 thoughts on “Su ciò che conta/What matters

  1. Perdonami, è partito il commento prima che finissi di scrivere.
    sei una persona genuina e di buone intenzioni. Per considerarti come una sorella a me basta questo.
    L’unica cosa su cui secondo me sbagli é nel dispensare la tua generosità chi non la può comprendere. Ti manca la malizia. Personalmente, gli impegni ad ti sei presa tu non li avrei presi.
    Puoi decidere se diventare più maliziosa oppure usare la mia di malizia. Sai che per te ci sarò sempre.

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  2. Ho sofferto molto cercando la soluzione a questo problema, che non é mai secondario per nessuno, ma nel mio lavoro é cruciale… a scuola si é speso molto tempo sul concetto di sospensione del giudizio. Significa spostarsi dal concetto di giusto o sbagliato, torto o ragione a quello di mi piace o non mi piace, è compatibile o non é compatibile con il mio modo di vedere. In questo modo il criterio di valutazione di ogni cosa è come mi sento e come mi sono sentita nel farla. Se penso di aver fatto del mio meglio, ogni critica, ogni detrazione non é un mio problema. Ricorda questo: se ti mantieni puro nelle intenzioni e chiaro sulle posizioni, tu sei a posto. Vale, alle volte le persone non capiscono e non é colpa tua. Oggi come oggi non mi importa sapere se una persone

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