Safe?

(Italiano giù)

And… I cannot focus.

In line with my new mantra (don’t you snigger, you who know me and believe this will only last for the next ten minutes), surrendering, I give in after attempting to work since 4 am (I couldn’t sleep, have big job to do on a tight deadline, thought I may as well use the time).

A creeping feeling is making its way into my chest region, and I watch it warily as it attempts to assert itself. It says, under its breath, the word SAFE.

Just saying it out loud in my mind I feel my eyes getting all teary.

Getting my hair ready for the wedding./Dalla parrucchiera prima della cerimonia.

I felt like that walking into the Church on my Dad’s arm, going to meet my soon-to-be husband, taking in all the people that were there. At that time, as I posted earlier, I had entered the church with huge turmoil going on in my head, and it hadn’t stopped for days and days, perhaps years before that. Had it ever stopped? On very few occasions. That was one of them. I entered, and I melted down. I burst out crying like an idiot. Everything had gone still, the overwhelming love in that Church, despite all my various attempts to tell myself they were there for him, not so much for me, a part from very few, and then those few grew, and I knew that if they were few, they were very good few. But this I knew and forgot and knew again later. But at that moment, I melted.

It was my second wedding, but the only true one. My first one was … well. My first one wasn’t. My first was a borrowed, quite hideous (though my colleague who thought she was my boss who leant it to me assured it was Armani, I thought if Armani ever did anything so hideous he’d kill himself with a banana, but there you go) red dress, more like a factory supervisor’s glorified uniform, and red always looked horrendous on me.
The friend I’d hoped would support me and help me and be my witness was busy in Geneva. The other one (respect, at least as far as that goes) didn’t come because she didn’t believe in the marriage (she was right about that of course). I had one friend. I had my siblings and their partners and their kids. That was it.
My mum had died the year before, at least she didn’t have to see it. It had been, to put it mildly, a horrendous year. Second baby had been born, and then straight to hospital with a massive injury. Then she died. Then another Diana, the Princess, died. House, car, finances, move here, move there, siblings… not quite there. Father not there either. Partner.. well. There had been travel and pain and moving and homelessness before. There would be after. The wedding for practical reasons. It was bitter, and unhappy. I wanted to be anywhere but there but two babies and no money and deaths made it impossible to be anywhere else. Asides from him, friends would later betray me horribly, finances would get even worse, there would be homelessness, there would be more pain and fear and aloneness in facing it all.

In the following years, there were perhaps two or three people who made an enormous difference, here and there, during tough, tough times, in every possible way. An enormity of indifferent, distanced, hands stretched ahead people. Some, always too many, who seemed to be out to make it more miserable for me and mine.
But joy was always in my life. It wasn’t the god I used to pray to as a child, who gave me joy. It was my boys. They were there, every day, every day to look at, interact with, talk to, and feel joy. Nothing bad could happen while they were around, despite all the bad happening around them, because they had to be protected, as fiercely as I could. When we were together, we kept joy in our little circle, and we came through, with the help of those two or three people on the midst of all of that.

Then I met my husband. I knew I liked him, a lot, but I had liked many before. One day, he put his hand on my cheek in a bar in Milan while I was my usual fast-talking merry silly self and everything hushed. Everything went very still and quite and felt warm and calm. That was the defining moment. That was the start and it never stopped. Because of who I am, it wasn’t always easy for him to reach me. I used to tell him there was me in my blacks and whites and greys, my mind filled with ghosts and scary things and too many words and concepts to comprehend, on one side of the page. On the other side of the page. there was him, all in colour, with happy faces and friends and trees and breeze and music. I used to ask him to please never stop to try and contaminate my part of the picture, and help me colour it in, help me keep it warm and colourful. It was a mammoth task I asked of him and he wasn’t always successful.

But I felt safe when I walked into that Church, this time surrounded by more love than I could handle, and towards him.
And now, very slowly and carefully that word Safe lingers there, stubbornly refusing to go despite my mind’s disbelief. I still have friends, he’s still with me, I have my amazing little tribe of people and animals in this small and lovely house, in a very pretty town. In my stubborn effort to wilfully ignore everything that is outside of all this and yells, screams at me for attention, I am letting that word creep in.

So yes, that is day (insert low number here) of surrendering.

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E… non riesco a concentrarmi.

D’accordo con il mio nuovo mantra (non ridere, tu che mi conosci e pensi che questo durerà solo per dieci minuti), arresa, abbandono il tentativo di lavorare dalle 4 di mattina (non riuscivo a dormire, un grosso lavoro abbastanza pressante da fare, avevo pensato ce tanto valesse usare il tempo in più).

Una sensazione si fa strada sgattaiolando nella zona del petto, e io la osservo sospettosamente mentre cerca di asserirsi. Mi dice, sottovoce, la parola AL SICURO.

Anche solo dirla ad alta voce nella mia mente mi fa venire le lacrime agli occhi.

Mi sono sentita così mentre entravo in chiesa al braccio di mio padre, andando incontro a colui che presto sarebbe diventato mio marito, rendendomi conto di tutte le persone che erano presenti. A quel tempo, come postato in precedenza, ero entrata in chiesa con enorme trambusto in testa, e non si era fermato per giorni e giorni, forse per ani prima di allora. Si era mai fermato? Solo in pochissime occasioni. Quella era stata una di quelle, e mi sono sciolta. Sono scoppiata a piangere come un’idiota. Tutto si era fermato, l’amore assoluto che c’era in quella chiesa, nonostante tutti i miei vari sforzi di convincermi che erano lì per lui, non tanto per me, a parte molto pochi, e poi quei pochi crebbero, ed io sapevo che se erano pochi, erano pochi davvero buoni. Ma questo lo sapevo e l’avevo dimenticato e avrei saputo di nuovo dopo. Ma in quel momento, mi sciolsi.

Era il mio secondo matrimonio, ma l’unico vero. Il mio primo era sto… beh. Il mio primo non era stato. Il mio primo era un vestito, abbastanza orrendo (anche se la mia collega che pensava di essere la mia capa che me l’aveva prestato mi assicurava che fosse di Armani, io penso che se Armani avesse mai disegnato una cosa così orrenda si sarebbe ammazzato con una banana, ma chissà) vestito rosso, più una divisa da caporeparto un po’ chic che altro,e comunque il rosso mi è sempre stato da orrore.
L’amica che speravo mi avrebbe dato sostegno e mi avrebbe aiutata e sarebbe stata la mia testimone era occupata a Ginevra. L’altra (rispetto, almeno per quanto riguarda quello) si è rifiutata di venire perché non credeva in quel matrimonio ( aveva ovviamente ragione per quello). Avevo un’amica. Avevo i miei fratelli e i loro compagni e i loro figli. Tutto qua.
Mia madre era morta l’anno prima, almeno non dovette vedere. Era stato, per usare termini moderati, un anno orrendo. Era nato il secondo figlio, e poi subito ricoverato con gravi danni. Poi lei morì. Poi un’altra Diana, la Principessa, morì. Casa, macchina, finanze, trasloca qui, trasloca là, i fratelli… no proprio presenti. Padre non lì nemmeno. Compagno…. beh. C’erano stati viaggi, e dolore, e traslochi, e nessuna fissa dimora prima. Ci sarebbero stati dopo. Il matrimonio per ragioni pratiche. Era amaro, e infelice. Volevo essere ovunque tranne che là ma due bambini piccolissimi e nessun soldo e morti vari hanno reso impossibile andare da qualsiasi altra parte. A parte questo, amici mi avrebbero poi tradita orribilmente,. le finanze sarebbero peggiorate ancora, ci sarebbe stata altra nessuna fissa dimora, ci sarebbe stato altro dolore e paura e solitudine nell’affrontare il tutto.

Negli anni a seguire, ci sarebbero state due o tre persone che avrebbero fatto un’enorme differenza, qua e là, attraverso tempi davvero davvero duri, in ogni modo possibile. Un’enormità di persone indifferenti, allontanati, con le mani davanti per non vedere. Alcuni, sempre troppi, sembravano aver deciso di rendere a me e ai miei la vita più dura ancora.
Ma la gioia era sempre nella mia vita. Non era il dio a cui pregavo da bambina a darmi gioia. Erano. Erano lì, tutti i giorni, tutti i giorni da guardare, per interagirci, parlarci, e provare gioia. Niente di male poteva succedere quando erano presenti, nonostante tutto il male che gli succedeva intorno, perché loro dovevano essere protetti, ferocemente. Quando eravamo insieme, mantenevamo la gioia nel nostro piccolo cerchio, e ne siamo usciti, con l’aiuto di quelle due o tre persone in mezzo a tutto quello.

Poi incontrai mio marito. Sapevo che mi piaceva, e tanto, ma me n’erano piaciuti tanti prima. Un giorno, mi mise la mano sulla guancia in un bar di Milano mentre ero la solita chiacchierona rumorosa scemotta e tutto si silenziò. Tutto si fermò e sentivo calduccio e calma. Quello fu il momento definitivo. Quello fu l’inizio e non si fermò mai. Per via di chi sono, non è stato sempre facile per lui raggiungermi. Gli dicevo che lì c’ero io nei neri e bianchi e grigi, la mia mente piena di fantasmi e cose spaventose e una quantità inconcepibile di parole e concetti, su una metà del foglio. Sull’altra metà, c’era lui, tutto a colori, con facce felici e amici e alberi e brezze e musica. Gli chiedevo per favore di non smettere mai di contaminare la mia metà di foglio, e di aiutarmi a tenerla calduccia e colorata. Gli avevo chiesto un compito gigantesco e lui non sempre è riuscito.

Ma mi sentii al sicuro quando entrai in quella Chiesa, questa volta circondata da più amore di quanto potessi sopportare, e andai verso di lui.
Ed ora, molto lentamente, e con cautela, quella parola Al Sicuro ancora aleggia, ostinatamente si rifiuta di andarsene nonostante l’incredulità della mia mente. Ho ancora amici, lui è ancora con me, ho la mia piccola meravigliosa tribù di gente ed animali in questo piccola e carinissima casa, in una cittadina molto carina. Nel mio sforzo ostinato di volutamente ignorare tutto ciò che sta al di fuori di questo e urla, grida per la mia attenzione, sto permettendo a quella parola di sgattaiolare dentro.

Quindi ecco, questo è il giorno numero (inserire numero basso qui)  dell’arresa.

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4 thoughts on “Safe?

  1. Marina, “ecco così però mi fai piangere” aggiungerei “di nuovo”. Me lo ricordo il suo ingresso. Sta insieme all’immagine di mio fratello che chiede a Massi e Pacio di allacciargli i gemelli, alla mia laurea e a pochi momenti così, nella vita.

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